CINEMA

 

2012: la catastrofe di Emmerich

 

Circola da anni la “leggenda” secondo la quale il 21 dicembre del 2012 la terra sarà sconvolta da cambiamenti radicali e che traghetteranno l’intera umanità verso una nuova epoca di pace, di evoluzione mentale e spirituale.

Data profetizzata in uno dei calendari Maya, che si conclude proprio con il giorno 21/12/12, secondo recenti ricerche è stata indicata anche da altre civiltà del passato come probabile momento di rottura tra la vecchia e la nuova era.

Programmi televisivi, riviste e libri hanno affrontato l’enigma del 2012, parlando in modo a volte intelligente, a volte grottesco delle catastrofi che potrebbero interessare il pianeta e di conseguenza noi esseri umani: da devastanti tempeste solari a impatti di meteoriti, da eruzioni di super vulcani all’inversione dei poli magnetici, i giorni a venire dell’Homo Sapiens sembrano tutt’altro che rosei.

Il film di Rolland Emmerich 2012 (appunto!) ingloba in sé tutto quello che è stato detto, predetto e stradetto sulla fatidica data della presunta fine del mondo e sono dell’opinione che il termine che meglio sintetizza la pellicola è “polpettone”.

Un grande minestrone catastrofista dove s’intrecciano le vicende di protagonisti dalle personalità stereotipate, lanciati allo sbaraglio in un groviglio d’effetti speciali che sono sì spettacolari, ma che a conti fatti portano sul grande e piccolo schermo scene viste e riviste. Scene intervallate da immagini di prodotti come computer, automobili, cereali e pannolini di cui è messa bene in evidenza la marca, nemmeno fossimo davanti a uno spezzone del compianto Carosello.

Un film dove azione, amore, devastazione e morte si fondono in continuazione, dando origine a qualcosa di così sgradevole che ha richiesto una perseveranza ferrea per arrivare al tanto sospirato finale, ambiento nel ventisettesimo giorno del primo mese dell’anno 0001, quando tre delle costosissime Arche (prezzo del biglietto: un miliardo di euro!?!) fanno rotta verso il sud dell’Africa, alla ricerca di una nuova patria per i fortunati sopravvissuti ai drastici mutamenti planetari.

Sono pochi i film che non sono riuscito ad apprezzare, l’ultimo dei quali era stato, quasi dieci anni fa, Terminator 3.

2012 rientra in modo diretto, e senza possibilità d’appello, in questa mia personale lista di disapprovazione cinematografica.

Da evitare.

 

Visioni e letture consigliate: per chi volesse guardare un eccellente lavoro di Emmerich, consiglio Independence Day, film del 1997 dove la distruzione del nostro pianeta è affidata ad alieni cattivissimi arrivati sulla terra a bordo di astronavi gigantesche, ma che saranno sconfitti da un eroico Will Smith insieme a un Jeff Goldblum più pacato, ma ecologista convinto e abile giocatore di scacchi.

In ambito letterario invece suggerisco L’ombra dello scorpione, romanzo di Stephen King dove un terrificante virus creato in laboratorio porta sull’orlo dell’estinzione l’umanità.

 

Stefano Milighetti

 

 

 

 

 

Una giornata particolare

 

 

 

Diretto da Ettore Scola, Una giornata particolare racconta la storia di amicizia e amore tra Antonietta e Gabriele, vicenda ambientata a Roma nel maggio del 1938, nel giorno cioè dell’arrivo di Hitler in Italia per una visita di stato.

Mentre tutta la città è in festa, Antonietta non può prendere parte all’adunata e, proprio perché rimasta a casa, conoscerà Gabriele, inquilino del sesto piano che, come poi si scoprirà è stato condannato al confino in quanto omosessuale.

Dopo un’iniziale diffidenza, crollano le barriere dell’incomprensione e tra i due nasce un profondo affetto che li porterà a confidarsi l’uno con l’altra. Nasce una dolce amicizia che farà vacillare tutte le certezze di Antonietta, di una donna cresciuta nel culto del Duce e degli ideali del fascismo.

La giornata sarà però breve, e la sera, oltre al marito e ai figli di Antonietta, porterà con sé anche due funzionari di polizia, incaricati di scortare Gabriele alla nave per l’esilio.

Con Marcello Mastroianni e Sophia Loren nella parte dei due protagonisti, il film ottenne nel 1978 due David di Donatello, rispettivamente per il miglior regista e la miglior attrice (Sophia Loren appunto). Come miglior film straniero risulterà vincitore anche di un Golden Globe.

Oltre ai vari riconoscimenti, il film è degno di nota soprattutto per l’efficacia con la quale il regista è riuscito a rappresentare la vita della donna nell’Italia fascista. Sottomessa al capo famiglia, la donna era “l’angelo del focolare”, il cui compito primario era quello di mettere al mondo figli da offrire alla Patria nel momento del bisogno.

La famiglia di Antonietta è il modello esatto della famiglia concepita dal fascismo, un modello che, in un’ottica più ampia, può essere esteso a tutta l’Italia: con un padre - padre al suo comando, la Nazione doveva essere sottomessa e votata alla sua volontà assoluta.

È questa però una corrente di pensiero che sminuisce le donne e tutti coloro che non soddisfacevano gli stereotipi dell’ideologia, proprio come Gabriele. La stessa Antonietta prende inizialmente le distanze da Gabriele, quando cioè scopre che è un “sovversivo”, mostrando quanto in profondità avessero attecchito in lei gli ideali del partito.

La fede di Antonietta nel fascismo però vacillerà, tanto da ricercare Gabriele. Vacilla nel momento in cui capisce che possono esserci altre strade, altri modi di vivere oltre a quelli dettati dall’ideologia e che taluni di questi prendono in considerazione Antonietta in quanto essere umano. Il rispetto che infatti non riceve dal marito, fascista modello emulatore di Mussolini, lei lo trova tra le braccia di Gabriele, il “diverso”, un uomo che per colpa di una folle dottrina di discriminazione e pregiudizio ha perso tutto e tutti.

Antonietta e Gabriele sono due emarginati che s’incontrano, che si danno reciproco conforto e calore in una giornata durante la quale tutti quelli che vivono intorno a loro si perdono in una folla anonima di camicie nere che osanna ed esalta Mussolini ed Hitler.

Da vedere.

 

Visioni e letture consigliate: per chi volesse approfondire la tematica della condizione della donna durante la Seconda Guerra Mondiale, suggerisco il libro di Gudrun Schwarz Una donna al suo fianco – Le signore delle SS, edito da Il Saggiatore. Contattandomi, posso inoltre fornire il mio saggio Donne in prima linea: lo sforzo bellico femminile, sul diverso modo di vivere la guerra tra le donne dei paesi Alleati e quelli dell’Asse.

Per quanto riguarda i film, consiglio invece la visione de La svastica nel ventre, film del 1977 di Mario Caiano.

 

 

Stefano Milighetti

 

 

 

 

 

 

The day after - Il giorno dopo

 

 

 

 

 

 

Uscito nelle sale cinematografiche nel 1983, The day after è un film che ha fatto epoca, ponendo l’accento con brutale realismo sull’orrore “dell’olocausto nucleare”. Il giorno dopo a cui si riferisce il titolo è infatti quello successivo allo scontro atomico tra USA e URSS.

Il regista Nicholas Meyer (L’uomo venuto dall’impossibile, Un ponte di guai, Spie contro) ha intelligentemente suddiviso la narrazione in due parti, la prima della quale presenta la vita di una tipica città americana, Kansas City. Meyer insiste accuratamente sulla serenità delle persone comuni, che vivono credendo nella pace e riponendo le proprie speranze nel futuro. Il regista mostra infatti una famiglia alle prese con i preparativi di un matrimonio, l’ansia degli studenti per i test d’ammissione all’università. Un padre che discute con la figlia di arte cinese, oppure che si reca agli allenamenti di football del figlio. Si sofferma sulla preoccupazione di un agricoltore per la pioggia che non arriva.

È il suono stridulo che annuncia un’edizione straordinaria del telegiornale a far presagire la tragedia, l’imminenza dello scontro tra le due super potenze a seguito di tensioni militari tra Germania ovest ed est. E il lancio dei missili fa piombare il mondo nell’abisso, un abisso che spazza via tutto ciò che l’uomo è riuscito a costruire durante i lunghi e difficili secoli della sua storia.

Terrificanti le scene delle esplosioni, arricchite dall’utilizzo di spezzoni di autentici esperimenti nucleari. Desolazione e distruzione s’impongono su tutto, e così i sopravvissuti si ritrovano a vivere in una realtà che non ha più niente di umano, con la morte che regna ovunque, sottoforma di macerie e radiazioni invisibili che contaminano ogni cosa. Che rendono difficile, se non impossibile, rimettere insieme ciò che resta della società.

Un film angosciante, concepito quando ormai la Guerra Fredda era al tramonto, ma che ancora incombeva minacciosa sui paesi del blocco sovietico e di quello occidentale.

The day after è un film che impone un’attenta riflessione sull’uomo e sulla strada che ha deciso d’imboccare in fatto di armamenti, ma anche sull’attuale situazione storica, con paesi come la Corea del Nord che ha recentemente effettuato test sotterranei e missilistici, o come l’Iran che ha avviato un programma  nucleare a dir poco “sospetto”.

Desidero concludere ricordando un’acuta intuizione di Joseph Conrad nel suo Cuore di tenebra: l’oscurità è un prodotto della luce, del progresso tecnico e scientifico. Sta quindi all’uomo fare la guardia e impedire che le tenebre prendano il sopravvento sulla luce della ragione. Da questo particolare punto di vista, The day after non può che essere un monito per le scelte future di che si è assunto il compito di guidare l’umanità.

 

Visioni e letture consigliate: per chi ha apprezzato il film consiglio la visione del capolavoro di Stanley Kubrick Il Dottor Stranamore. Per quanto riguarda invece le letture, anche se con tematiche diverse, ma comunque attinenti a The day after, consiglio la già citata opera di Conrad e L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse.

 

 

Recensione a cura di Stefano Milighetti

 

 

 

 

“La caduta”

Gli ultimi giorni di Hitler

 

 

La caduta, film del 2004 diretto dal tedesco Oliver Hirschbiegel, racconta gli ultimi dodici giorni di vita di Adolf Hitler, dell’uomo diventato simbolo del male assoluto.

Con lucido equilibrio, senza sfociare in una retorica scontata che avrebbe compromesso il valore della pellicola, il regista ha evidenziato il declino di un uomo considerato da molti tedeschi dell’epoca alla stregua di una semi divinità e come tale osannata e degna di fede.

Hirschbiegel ha sottolineato la follia, il delirio di onnipotenza e il disprezzo per la vita in se stessa del Führer. Di un uomo che fino all’ultimo, anche quando la sconfitta era ormai palese e inevitabile, non ha esitato a sacrificare uomini, donne e bambini in nome di un “ismo” che mai sarebbe dovuto comparire sulla faccia della terra.

Il film offre un ritratto a tutto tondo del dittatore, ponendo l’accento sulle ossessioni, le idee malsane e frutto di una conoscenza lacuna e di parte, idee poste a fondamento di un dorato castello di paranoia propugnato come verità assoluta a un popolo uscito sconfitto e umiliato dalla prima Guerra Mondiale.

Con un Bruno Ganz (Il cielo sopra Berlino, The Manchurian Candidate) straordinario nella parte di Hitler, Hirschbiegel è riuscito a far emergere gli aspetti del dittatore che ne mettono in mostra l’umanità.

Umanità da intendersi naturalmente come appartenenza alla specie umana. Ed è proprio questo il punto di forza del film: la seconda Guerra Mondiale, una tragedia che ha causato circa 61 milioni di morti, non è stata scatenata da un essere eccezionale e fuori dal consueto scorrere della quotidianità, bensì da un individuo comune, mediocre, con un passato fatto di insuccessi e delusioni. Un uomo che, nel contesto storico e sociale adatto, è stato capace di compiere atti mostruosi.

Grazie a La caduta è possibile comprendere concretamente quella “banalità del male” di cui ha parlato Hannah Arendt. Un male qualunquista, intercambiabile, dal volto dei tanti grigi burocrati che hanno lavorato nel Terzo Reich, o dal viso di un caporale austriaco che ha messo a ferro e fuoco il mondo con il suo odio e disprezzo per l’umanità.

 

Visioni e letture consigliate: per chi ha apprezzato il film e volesse approfondire l’argomento, consiglio la visione de Il giovane Hitler, interpretato da Robert Carlyle, film in due episodi che racconta la giovinezza del futuro dittatore, dal tentativo infruttuoso di entrare all’Accademia delle Belle Arti, fino allo scoppio della Grande Guerra e il successivo impegno politico.

Per quanto riguarda le letture, due sono i libri da leggere: Hitler, di Giuseppe Genna, e La banalità del male, della già citata Hannah Arendt.

 

Stefano Milighetti

 

 

 

 

 

Quarto Potere di Orson Welles

 

 

"Quarto Potere" è considerato uno dei migliori film della storia del cinema.

E’ il primo lungometraggio diretto da Orson Welles.

Liberamente ispirato alla vita del magnate statunitense William Randolph Hearst, il film uscì nelle sale il 1° maggio 1941, narrando la storia di Charles Foster Kane (interpretato dallo stesso Welles).

Welles, servendosi di una sequenza di flashback (sei, compreso il cinegiornale), mostra i frammenti della vita del magnate, quasi fossero i pezzi di un gigantesco puzzle (rompicapo che metaforicamente appare più volte nel film).

Allo spettatore è lasciato il compito di ricomporre, in tutta la sua complessità, la personalità di Charles Foster Kane.

Come ha acutamente osservato lo scrittore argentino Jorge Luis Borges in una recensione del 1941, lo stesso anno in cui uscì il film, il risultato è un "giallo metafisico" che ha come oggetto un'indagine psicologica ed allegorica degli aspetti più intimi e nascosti della personalità di un uomo, attraverso le testimonianze di coloro che lo conobbero.

Nel film il protagonista viene demolito e ricomposto attraverso i racconti di cinque personaggi, dopo la ricostruzione dell'immagine pubblica a cura del cinegiornale. Essi vedono in lui, rispettivamente, un ragazzo ribelle, un direttore straordinario, un amico megalomane, un marito arido di sentimenti, un padrone eccentrico, forse matto.

Senza precedenti è quindi la struttura narrativa a incastro, e il fatto che il protagonista appaia in maniera diretta solo nei pochi secondi all'inizio del film, mentre sta morendo, infrangendo la regola fondamentale dell'illusione di realtà del cinema classico.

Con Quarto potere, Orson Welles rivoluziona le pratiche del cosiddetto "cinema delle origini" rifondando le tecniche della ripresa cinematografica.

Rielaborando meccanica, ottica e illuminotecnica, ricostruisce e migliora, lo stile di maestri del primo cinema come David Griffith (regista nel 1915 de La nascita di una nazione) dai quali trae ispirazione e suggerimenti.

Welles fonde in modo magistrale elementi del teatro e del cinema ricostruendo il punto di vista dello spettatore con inquadrature innovative.

Nessuno aveva mai osato tanto fino a quel momento.

 

Quarto potere è un film di Orson Welles con:

Orson Welles, Joseph Cotten, Dorothy Comingore, Ruth Warrick, Agnes Moorehead, Ray Collins, Erskine Sanford, Everett Sloane, William Alland, Paul Stewart.

Prodotto in USA.

Anno: 1941

Durata: 119 minuti.

 

(G.A.)