ARNOLFO PETRI

 

1 -“Perché amo il teatro? Perché il teatro è uno dei luoghi in cui riesco a essere felice. (Albert Camus)” Arnolfo Petri si rispecchia in questa massima del grande esponente del Teatro dell’assurdo?

 

Il teatro è un luogo in cui sto bene. Non so sinceramente se sono felice; da qualche anno inizio a dubitare sul senso profondo di questa parola. So solo che mi distende, mi rilassa, mi fa sentire pieno interiormente. Sul ruvido del legno di un palcoscenico, riscaldato dal calore proteggente dei proiettori e dalla polvere per alcuni fastidiosa, ma per me magica delle quinte, sento il mio corpo rispondere in maniera libera agli impulsi del cuore. Cosa che spesso non accade nella mia vita di tutti i giorni. Non so spiegare il perché. Di certo non dipende da manie di protagonismo. Mi va bene anche una sala vuota. Non è quello che fa la differenza. E’ la forza evocatrice delle emozioni che mi affascina e che ha tramutato quel bambino timido e impacciato nell’uomo che ha pagato sempre sulla sua pelle le sue scelte. Attenzione, con questo non intendo certo dire che utilizzo la scena a fini psicanalitici. Ne conosco molti, purtroppo, di miei colleghi che credono che quel “momento magico” serva per affermare se stessi. Non c’è cosa che trovo più triste, mi creda. Il teatro per parlare di se stessi e non per raccontare. Un’altra banalizzazione della nostra epoca, oltre quella della parola. Mi piace piuttosto quella schizofrenia emotiva che mi porta dentro e fuori altri uomini e perché no altre donne, i miei personaggi. Quel vivere così intensamente vite altrui senza mai dimenticare la propria, dando un senso epico a quel raccontare che così da soggettivo finisce per diventare oggettivizzazione concreta. Ecco perché il teatro è forse l’unico luogo in cui si placa il mio disagio di vivere.

 

2 - Nel 2003 ha fondato la Compagnia Arnolfo Petri con cui ha prodotto, diretto e interpretato una particolarissima riedizione di Caligola di Albert Camus, con la partecipazione della pornostar Jessica Rizzo. La sua drammaturgia prende spunto dai maestri del passato? Se sì, quali?

 

Vinicius de Moraes diceva che “la vita è l’arte dell’incontro”. Ed è assolutamente vero. Ognuno di noi è il frutto di coincidenze - solo apparentemente fortuite - che ti portano a incrociare cose, persone, eventi che mai avresti pensato di poter incontrare. Dico “solo apparentemente fortuite” perché credo che ciò che ci accade nella vita non è mai frutto di un destino assolutamente casuale. In fondo, senza volerlo consciamente, siamo noi a volere certi incontri. Una sorta di costruzione inconscia del nostro futuro.

Per un artista gli incontri non sono necessariamente con persone, ma più spesso con i libri, la musica, l’arte. Ecco, se la mia smania di conoscenza non mi avesse portato nei lontani anni Settanta a cercare avidamente le risposte ai miei quesiti di vita nei libri, non sarei diventato ciò che sono e forse non scriverei le cose che scrivo. Che poi abbia cercato “volutamente” tali risposte nella letteratura tormentata del Novecento, nell’esistenzialismo di Sartre e Camus, nei poeti più “oscuri e maledetti”, da Baudelaire a Valery o nella drammaturgia di Cocteau, Genet o Fassbinder beh è certo frutto di “scelte” di pancia. Non è un caso che la mia prima regia, nel 1984, è stata una particolarissima rivisitazione de “I Negri” di Genet in cui interpretavo il ruolo variopinto e surreale della Regina. E non è un caso che, già anni prima, sul mio comodino di diciassettenne ci fosse una edizione rarissima de “El beso de la mujer araña” di Puig, in edizione originale, scovato in un mercatino di Amsterdam.

Se la mia formazione attoriale è assolutamente classica e caratterizzata da una spasmodica ricerca fonetica che oggi stenta a trovare addentellati in questo “naturalismo” contemporaneo (che io definisco “pochezza tecnica”), l’humus che, invece, ha nutrito strutturalmente il mio scrivere è stato senz’altro quello del teatro dell’assurdo. Mi sono nutrito di Ionesco, Beckett, Adamov, Pinter, affascinato da quella illogica successione di eventi, apparentemente legati fra loro solo da labili ed effimere tracce, ma che identificano invece agghiaccianti percorsi esistenziali. Ma i contenuti del mio teatro non possono prescindere, lo ammetto, dal melodramma, così “caldo” per la mia anima tormentata, quello alla Douglas Sirk, giusto per citare un esempio cinematografico.  Da bambino avrò pianto chissà quante volte ascoltando il gospel struggente di Mahalia Jackson nella scena finale de “Lo specchio della vita” del ‘59 e visto decine di volte l’algida Jane Wyman in “Secondo amore” .

Da Sirk il passaggio a Fassbinder è stato praticamente automatico. Un incontro folgorante, lo definirei, nella mia adolescenza, assistendo, in un minuscolo cinemetto d’essai, come si chiamavano una volta, sui Quartieri Spagnoli alla proiezione de “Le Lacrime amare di Petra von Kant”. Da allora ho letto e visto tutto di lui. Ecco, se devo proprio dirlo, il mio teatro è vicino al suo e alla sua poetica; crudele, surreale, ma denso d'infinito amore: il teatro dell’anima, appunto.

 

3 – Lei è autore di riletture del teatro classico, quali Menecmi di Plauto (1998), After la Tempesta da Shakespeare (2000) Elettra da Sofocle (2005), Fedra da Racine (2006), Ecuba da Euripide (2007), grandi classici del passato che tornano in vita… secondo lei, ancora attuali?

 

Il passato senza nessuna rilettura critica per me è sterile, museale, distante dai propri tempi. Concepisco una riproposizione del classico solo attraverso un percorso critico che, pur rispettandone i canoni estetici, non tralasci di rileggerlo con gli occhi del nostro tempo. Ho assistito a riedizioni “puriste” del teatro classico e devo dire che, pur se interpretate da ottimi attori e con allestimenti di tutto rispetto, le ho trovate estremamente noiose.

Dovremmo porci il senso di un'operazione artistica sempre e comunque. Un atto creativo è un atto politico e come tale capace di “modificare”, fosse pure per una sola persona, il nostro tempo. Detesto chi parla di “sacralità” del testo.  Sarebbe come concepire la letteratura sottoforma di libri in quanto tali senza gli scrittori o i poeti. Come detesto chi parla di “teatro d’evasione” per non pensare. La negazione del pensiero è morte delle coscienze e stasi culturale. Anche la commedia, come qualsiasi altro genere, dovrebbe essere ragionata e soprattutto di buon gusto.

 

4 - Il suo nuovo spettacolo Lo Specchio Di Adriano, tratto dal testo di Marguerite Yourcenar rappresenta un inno alla speranza di un’umanità ormai allo sbando?

 

E’ da tempo ormai che mi ritrovo poco in questa era presente, chiassosa, superficiale e rissosa come un “reality” televisivo. Più volte ho avuto la tentazione di “disapparire”, come definisco io il “silenzio morale”, l’unica difesa, forse, in questa civiltà oscena dell’apparenza. Eppure l’imperativo di “resistere” contro la dittatura dell’idiozia mi ha fatto più volte desistere da quel mio “fuggire in campagna”. E sebbene mi renda conto ormai che il mio è un teatro in estinzione, da celebrare quasi di nascosto in piccole sale semibuie, al riparo dalla volgarità mediatica di questa epoca, ritengo che non sia ancora del tutto inutile far sentire una voce di dissenso in un coro univoco di voci stonate.

L’uomo non ha più ormai il senso di se stesso, dei propri limiti, devasta e deturpa tutto, compresa la natura. Una società votata a questo consumismo sfrenato è una società che vive di apparenze, di immagini patinate, ma vuote. Tutto ha un costo, un valore di mercato, persino i sentimenti, l’etica, l’arte.  C’è un livello di violenza strisciante in questo presente che non ho mai visto nel passato e che mi atterrisce. Il capitalismo è nella sua fase discendente, la società occidentale del benessere è minata nelle sue fondamenta. La crisi internazionale che stiamo vivendo non è solo crisi dei mercati, è crisi di un sistema. Eppure in tutto ciò l’uomo stenta a ritrovarsi. Forse perché ha dimenticato la parola, intesa, ripeto, come comunicazione.

La decadenza delle arti in questo primo scorcio di nuovo millennio è impressionante. Non c’è nulla da dieci anni a questa parte che valga la pena di ricordare né in campo letterario, né in quello musicale e tantomeno in quello figurativo. Riaffiorano vecchi clichè degli anni Settanta, i cosiddetti “vintage”, come fa chic ora chiamarli.

E’ in corso un’era che io definisco “Annichilimento”, quasi da contraltare al Rinascimento italiano. Eppure è proprio in questi momenti che gli artisti, quelli veri, “le voci critiche del presente “, debbono scendere in campo.

“I libri stracciati saranno riscritti, le cupole devastate rifondate e le nostre statue sfigurate risorgeranno”. E’ tutto in questo passo del libro della Yourcenar il motivo per cui eccomi ancora pronto a mettermi in discussione su un palcoscenico.

La speranza è tutta in noi. Non perdere quel briciolo di umanità che ci è ancora rimasta e soprattutto la capacità di pensare in maniera critica.

 

5 - Lei ha scritto numerose poesie… frammenti della sua anima?

 

Mi sono avvicinato alla poesia in un momento molto triste della mia vita personale. Una perdita. Le perdite rappresentano quasi sempre delle lacerazioni violente di una parte di noi, la perdita di “pezzi”, segmenti del nostro corpo. E più c’è caro chi perdiamo, più è grande la parte di noi che se ne va per sempre.

Dinanzi al dolore esistono solo due soluzioni: il silenzio- che è sconfitta atroce- o quello che io definisco “il riscatto dell’anima”.  Lo scenario desolante di solitudine che sussegue una perdita spinge talvolta al desiderio di lasciare tracce di se stesso, messaggi in bottiglie di vetro affidate alla corrente, alla deriva in questo oceano immenso che è la vita.

Forse è proprio questo che è accaduto in me. Senza volerlo si è innescato un processo autocognitivo che mi ha portato a voler “dare in pasto” la mia anima, cosa che non mi era mai accaduto prima. Scrivere per il teatro è un atto indiretto, un parlare attraverso altre voci, con diversa nazionalità, età.  Personaggi da cui puoi sempre e comunque prendere le distanze, in qualsiasi momento. La poesia no. E' confessione crudele di te stesso. Il poeta gioca a dadi con la sua anima, incurante del rischio che ne può ricavare: perderla.

Ma se è vero che la mia poesia nasce come atto “dovuto” verso me stesso, subito dopo diventa, o almeno lo spero, espressione chiara e furente di un disagio esistenziale, lente d’ingrandimento di un malessere condiviso da tanti altri uomini e donne di questo tempo. Io non so se davvero la mia poesia, come è stato scritto, tragga ispirazione dalla “violenza sensuale di Octavio Paz o all’erotica disperazione di Alda Merini”, so solo che risponde a un imperativo interiore. Una sorta di fiume irrefrenabile di emozioni che mi sta facendo ultimare, in questi giorni, la mia terza raccolta di poesie.

“Nulla più stritolerà la mia voce/ - suona una mia lirica- Le parole spente che per anni / ho sentito gorgogliare nella mia gola/ sono adesso un canto libero/ più forte del vento / che sferza il mio giardino / più accecante del lampo/ che rischiara la notte/ più caldo delle estati / vissute senza te.

Storie in versi per raccontarmi e raccontare questo nostro tempo. Quasi come un menestrello girovago. La storia di un   

“ragazzo dai pensieri tristi / che non fu mai amato / che scambiò la notte per giorno / pantera furiosa / contro i guerrieri della terra / vitello sgozzato / all’ombra dei salici”

 

 

Piccola biografia

 

Regista, drammaturgo, poeta, attore, muove i suoi primi passi sul finire degli anni '70 come doppiatore per poi approdare nel 1984 alla regia teatrale. E' attualmente Direttore Artistico del Teatro Il Primo di Napoli e della Accademia PrimoStudio.

 

 

Intervista a cura di Giovanna Amoroso