I LUOGHI DELL'ARTE

 

 

 

 

"La sera blu" di HOPPER

 

 

 

 

C’è un quadro di Edward Hopper che mi rincorre da due mostre a questa parte, l’ultima a palazzo Fava a Bologna (in collaborazione con il Withney Museum of American Art di New York).

Un quadro che lascia senza scampo.

Si tratta di “Soir Bleu” (“Sera Blu”), olio su tela del 1914, esposto l’anno seguente al Mac Dowell Club insieme a “New York Corner” e, a differenza di quest’ultimo, fatto oggetto in quel frangente di critica sfavorevole. Infatti il più grande dipinto di Hopper (91,4 x 182,9 cm.) fu liquidato come il ritratto di un gruppo parigino di incalliti bevitori d’assenzio, un’ambiziosa fantasia senza intensità espressiva.

Guy Du Bois al contrario individua in entrambi i quadri validità artistica e in “Soir Bleu” una nostalgia apparentata a Rimbaud senza idillio e alla luna bianca di Verlaine.

Certo nelle altre sale della mostra, che partono dagli acquarelli parigini e arrivano agli scorci cittadini degli anni ’50 e ’60, si raccontano per segnali trattenuti finestre, case e campi di un mondo complessivo laconico e immerso nella solitudine, ciò che si è fissato maggiormente nel ricordo da parte del pubblico e della critica.

C’è qualcosa di disperato, dice il regista Wim Wenders in un’intervista, nel dipinto di “Persone al sole” (1960), così come altrove nel benzinaio alla pompa di benzina lasciato solo dai gangsters appena ripartiti, storie sempre sul punto di rivelarsi ma che noi mai potremo conoscere davvero oltre la soglia del silenzio.

Soir Blue” concentra un’umanità che è un’onda di luce fredda, spettrale, come una luna all’ennesima potenza in un vecchio film muto, violenta nella sua immobilità di reverie e lontana dalla pacatezza che il titolo annuncia, influenzato da un verso di Rimbaud: “Par le soirs bleus d’été...” (“Nelle sere azzurre d’estate…”).

La scena è fortemente attrattiva per ragioni che sfuggono e che in parte potrebbero rimandare al mistero degli artisti romantici europei. E nello stesso tempo ci rende inquieti, sconcertati dal voyerismo messo in gioco, dal nascondino che s’instaura tra l’occhio del visitatore e la terrazza abitata.

Il tema certamente disturbava: la prostituzione, già trattata dall’autore nel campo illustrativo, esplode nella figura in piedi della donna pallida (di un bianco abbagliante nella tela vista dal vivo), dal viso violentemente truccato. Non guarda i personaggi, forse lo spettatore. Il trucco la lega in dialogo muto all’artista clown che tiene in bocca la sigaretta non accesa. Fumano senza fumo anche il pittore con basco, che potrebbe rappresentare l’artista di successo, e l’uomo al tavolino che non li considera, assorto nei suoi guai, il protettore, peraltro con la faccia futuribile d’attore alla Clark Gable, anticipato dallo studio preparatorio di gessetto su carta del 1914.

Seduzione illecita e alcolismo importati dall’Europa continentale d’altronde lievitano nelle prediche dei riformatori americani dell’epoca, la Parigi proibita, scoperta ben presto dall’innocente Hopper, è considerata la moderna Babilonia, nella sola New York 400 maqueraux francesi (ruffiani) gestivano le cosiddette schiave bianche, diffondendo tra il 1908 e il 1914 il panico tra la popolazione, perciò il conflitto tra valori vittoriani e società moderna si libera nelle mani di Hopper, allora poco più che trentenne. Edward vuole colpire, provocare pubblico e critica.

Perché un clown al centro del quadro? Fa pensare a It, il pagliaccio assassino di Steven King. Simboleggia l’artista, non ancora arrivato alla fama, come Hopper stesso, carico di sconcertante follia, è paragonabile secondo il biografo Gail Levin al giovane Hopper che dipingeva cimici sui cuscini del vecchio compagno di studi.

Due attori”(1965) riprenderà il tema d’artista, in una sorta di saluto estremo. La biografia intima scritta da Levin, uscita nel 2009 per conto dell’editore Johan & Levi, indica poi nella sigaretta un attributo del ceto bohémien: nella doppiezza di arte a braccetto con il crimine da un lato e buona società dall’altro (la coppia estranea sulla destra del dipinto), s’incastona l’intreccio che Manet conciliava e che invece Hopper tiene a distanza, attratto e respinto al tempo stesso. Un altro avventore del caffè è un soldato, un ufficiale forse cliente della prostituta. Tutte le figure hanno senso e sono in sintonia come per un accordo da dietro le quinte.

Enigmaticità e ambiguità segnano la tela come i tagli di Fontana.

Si vorrebbe mettersi una mano alla gola per non urlare. Eppure qualcosa affascina e si torna a ripercorrere le geometrie che tagliano la visione, il palo, la balaustra, l’orizzonte del mare, i palloncini, le forme umane affinate dal silenzio lupesco.

Curioso che Hopper, l’americano tranquillo alla John Ford, secco e alto più di un metro e novanta, introverso almeno quanto la moglie Josephine era aperta e loquace, ferito dalla disapprovazione della critica non espose mai più questo strepitoso addio al sogno parigino, quest’opera di svolta nella sua complessiva mise en scene caratterizzata dalla continuità artistica, che Edward stesso sottolineava: “Ciò che l’artista è stato nel passato, lo è sempre, con leggeri cambiamenti”.

La dichiarazione mi ha richiamato alla mente un altro pittore figurativo del Novecento altrettanto metodico e riservato, amico-rivale di Francis Bacon, l’inglese Graham Sutherland, che credeva nell’impegno costantemente nutrito a costruzione di una matura consapevolezza di sé e del proprio fare.

Dopo “Soir Bleu” Edward Hopper, nato a Nyack, New York, il 22 luglio 1882 da genitori di origine nordeuropea, s’immerge totalmente nella dimensione americana, ne fa propria la luce, il senso di solitudine dei “Nottambuli” al bar, al cinema, a teatro, nelle camere d’albergo, viaggia in Messico, contempla e dà voce ai più piccoli dettagli, con lo stile da suspence che riprenderà Hitchock nei suoi film (di cui dà conto anche la rassegna bolognese tra pittura e cinema dedicata a Hopper sulla scia della mostra nel capoluogo emiliano).

Complice dei lunghi anni d’affermazione è la musa della sua vita, Josephine Nivison, pittrice di talento, modella per quasi tutte le opere, gelosa e protettiva, sposata il 9 luglio 1924, che lo contrasta tanto quanto lo ammira e che lo ha condotto per mano al successo.

Parigi è lontana, irrimediabilmente. Ma non la gloria, che andrà aumentando, non le estati a Cape Code che si susseguiranno regolari come narrazioni su tela. E poi lo studio di New York, Washington Square North 3, lo proteggerà sempre nel vuoto-pieno creato dall’ordine, e lo chiuderà persino nell’ultimo giorno di vita, il 15 maggio 1967, come una scena finale ben studiata al cavalletto.

 

 

Antonella Jacoli

 

 

 

 

Teatro Salvini - Pieve di Teco

 

Il Teatro Salvini, grazioso gioiello situato nella cittadina medievale di Pieve di Teco (IM), detiene un primato particolare: è il più piccolo teatro del mondo.

Condivide questo record con il Teatro Catalani di Vetriano di Pescaglia in provincia di Lucca, ma la sua edificazione è decisamente anteriore.

Il teatro di Vetriano, infatti, risale al 1890, mentre il Teatro Salvini vide la luce nel 1834. Quindi, almeno in termini cronologici, è giusto riconoscergli questo titolo.

Volendo essere pignoli, riguardo alla questione “piccoli teatri” ci sarebbe anche “La Huchette” nel quartiere latino di Parigi. E’ il teatrino dove ininterrottamente dal 1957 si rappresenta “La cantatrice calva” di Ionesco: i posti dichiarati sono novanta, proprio come il teatro ligure, ma la sala è certamente molto più recente. In conclusione, il primato resta al Salvini.

Abbandonato e semi distrutto da più di cinquant’anni, il grazioso teatro è tornato a nuova vita nel 2005 dopo un attento restauro.

Le vicende legate alla costruzione dell'odierno Salvini risalgono alla prima metà del XIX secolo e si inseriscono in un contesto di vivo interesse per le attività teatrali e musicali dimostrato dalla popolazione di Pieve di Teco fin dal 1750.

La costruzione, originariamente adibita a forno, fu trasformata in sala teatrale grazie alla caparbietà di un consigliere comunale dell’epoca, Giuseppe Manfredi, e al desiderio dei cittadini pievesi di avere un secondo teatro oltre al più ampio e antico Teatro Olimpico.

L'impianto dell'edificio, una volta trasformato da forno a sala per spettacoli, non corrisponde ai canoni teatrali ottocenteschi, ma richiama tipologie sei-settecentesche con una platea rettangolare da circa 100 posti a sedere, su cui si affacciano il loggione e due ordini di palchetti allineati su una pianta ad "U" stretta e lunga che mal si presta ad offrire al pubblico la visibilità ottimale, ma che trae motivo da una necessità di interazione con la platea nel caso di feste danzanti, molto frequenti all'epoca.

Il palcoscenico, piuttosto modesto, è separato dalla sala da un boccadopera decorato con pitture.

Tutta la struttura della sala, sia la sua copertura che il palcoscenico, è interamente in legno.

 

La notizia della riapertura di un teatro è certamente in controtendenza rispetto alla norma: in un periodo in cui i teatri stentano a sopravvivere, chiudono o vengono trasformati in megastore o cinema ecc., è certamente una novità che mette gioia e fa ben sperare sul futuro di un’arte che accompagna l’uomo da sempre.

 

 

Giovanna Amoroso

 

 

 

 

 

L'abbazia di Fontenay

 

L'abbazia di Fontenay, fondata da S. Bernardo nel 1118, offre un’intensa visione della spiritualità monastica originaria.

Si trova in Francia, nel comune di Montbard, dipartimento di Côte-d'Or.

Il periodo di prosperità dell’abbazia si estende dal XII al XV secolo, ma la decadenza comincia nel XVI secolo in conseguenza del regime della commenda (abati designati secondo la preferenza del re). Essa godette della protezione dei re di Francia, ma nonostante questo, venne saccheggiata durante la guerra dei cent'anni e durante le cosiddette guerre di religione.

L’abbazia è un importante esempio di arte cistercense e ne presenta tutte le caratteristiche, prima fra tutte il ritorno alla semplicità architettonica. L’ordine cistercense, infatti, propone il ritorno dell’osservanza della regola benedettina, alla povertà evangelica e alla rinuncia alle comodità e al lusso terreno.

L’abbazia di Fontenay rappresenta uno dei più belli e più completi insiemi di costruzioni monastiche dei primi decenni dell’ordine di Cîteaux; il più intatto che ci sia pervenuto, poiché esistono ancora pressoché tutti gli edifici e la maggior parte di essi risale al XII secolo.

 

La chiesa riproduce quella forma canonica che San Bernardo impose alle chiese legate alla casa madre di Clairvaux. Venne costruita fra il 1139 e il 1147, anno in cui venne consacrata da Papa Eugenio III. Ha una pianta a croce latina, costituita da una navata centrale lunga 66 metri e larga 8 e due navate laterali e da un transetto lungo 19 metri.

La sala capitolare ha un soffitto a volta, con pesanti centine. Il grande dormitorio ha un suggestivo soffitto del XV secolo costruito in legno di castagno.

 

Attualmente l’abbazia è proprietà privata della famiglia Aynard, ed è stata dichiarata patrimonio mondiale dall’Unesco.

 

 

 

(G.A.)

 

 

 

  

 

 

Il maestoso Cimitero Monumentale di Staglieno

 

Il cimitero monumentale di Staglieno, ubicato a Genova, è un autentico museo all’aria aperta.

Le opere degli scultori Santo Varni, Lorenzo Orengo e Luigi Rovelli, hanno dato vita ad un suggestivo ed imponente “regno dell’oltretomba”.

Il Cimitero venne realizzato a metà Ottocento, in occasione del decentramento dei luoghi di sepoltura rispetto ai centri delle città. Il maestoso progetto fu ideato dall'architetto Carlo Barabino, e portato a termine da Giovanni Resasco.

Le sculture presenti offrono un panorama della classe borghese tra Ottocento e Novecento, partendo dal neoclassicismo fino al Liberty e all'Art Déco.

In molte statue viene evidenziato il rapporto “eros-thanatos” (amore-morte) con figure di angeli che ricordano le concubine del morto, ovvero statue femminili molto seducenti che erano poste nella tomba dei faraoni o dei notabili egizi per rendergli piacevole la permanenza nel regno dei morti.

Tra i personaggi illustri che dimorano a Staglieno, è d’obbligo citare: Giuseppe Mazzini, Gilberto Govi, Nino Bixio, Fabrizio de Andrè, e Mary Constance Lloyd, ovvero la moglie di Oscar Wilde…

 

(G.A.)

 

 

La rinascita di un Teatro: Castiglion Fiorentino

 

 

Meno conosciuto del “Signorelli” di Cortona, il “Teatro Comunale” di Castiglion Fiorentino (Ar) rappresenta una piccola ma preziosissima gemma nel panorama culturale castiglionese.

Con 335 posti suddivisi tra sala (130), palchi, loggione e galleria (205), ogni anno viene messa in cartellone una ricca stagione di spettacoli, con attori e registi di fama nazionale. Solamente quest’anno sono stati presenti Lella Costa, Ambra Angiolini, Paolo Poli, Elio.

Nella sua Sala Espositiva sono state allestite mostre di pittura (meritano di essere ricordate le esposizioni dei quadri di Augusto Da Olio, compianto cantante del gruppo de I Nomadi, e di Gabriele Menci, pittore locale che nel dicembre del 2010 ha presentato ritratti e caricature degli abitanti “in vista” del paese), di scultura e pittura (Tommaso Musarra e Lucio Nocentini), di ceramica artistica (Matto Capitini) e di fotografia. È anche stata realizzata, da Carlo Landucci e Paolo Verrazzani, una mostra dal titolo “L’albero mormorante”, incentrata sulla cultura africana e indiana.

La storia di questo piccolo teatro è ricca: dopo un lungo periodo di abbandono, è tornato a nuova vita nel maggio del 2000.

Chiuso per inadeguatezza dell’impianto elettrico e per problemi di copertura nel 1984, le sue vicende hanno inizio nel 1881 quando a Nizza morirono più di duecento persone nell’incendio di un teatro. A seguito della tragedia, vennero emanate nuove normative che resero inagibile il vecchio edificio di Castiglion Fiorentino. Avranno così inizio gli interventi, ma il sipario sarà alzato solo nel 1911, quando il 15 giugno fu inaugurato il nuovo teatro.

Occupato dagli Alleati durante il passaggio del fronte bellico verso il nord Italia, nel dopoguerra il teatro vede l’inizio del suo periodo più fortunato, con veglioni e serate danzanti e rappresentazioni di compagnie locali e nazionali.

Nel 1965 il Teatro accoglie quella che diventerà la sua manifestazione di punta: “Il Casserino d’Oro”, gara canora riservata ai bambini, realizzata sulla falsa riga dello “Zecchino d’Oro”.

Questo evento vedrà tra i suoi ospiti il mago Zurlì e avrà come suo presentatore per ben dieci edizioni Corrado Mantoni (Il Corrado della Corrida per intenderci!), tra l’altro preferito a Pippo Baudo per ragioni di “simpatia”.

Con l’avvento degli anni ’80 inizia a essere palese la necessità di nuovi lavori di ristrutturazione per mettere a norma di legge il teatro, in particolar modo interventi volti a rinnovare l’impianto elettrico, quello anti incendio e di riscaldamento.

Nel 1984 poi la chiusura, considerata da molti come la calata su un periodo d’oro sia dal punto di vista teatrale che sociale per il paese toscano.

Il progetto di fare di Castiglion Fiorentino un rilevante centro culturale della Val di Chiana avviato dalle amministrazioni comunali, non poteva di certo non tenere conto dell’importanza di avere un teatro funzionale e all’avanguardia, così, dopo lunghi lavori di recupero, il 28 maggio del 2000 il “Teatro Comunale” ha riaperto i battenti, facendo riemergere nel paese del Cassero un amore per “l’antica arte” che non si era mai del tutto spento, ma solo affievolito, in attesa della nuova e più spettacolare alzata di quel grande sipario rosso.

 

Stefano Milighetti