MUSICA

 

 

White Lies

A cavallo del dark, della musica elettronica, raffinata ma vagamente anni '90, mi ci hanno portato tempo fa i White Lies, scoperti casualmente su di un canale musicale durante uno zapping selvaggio che mi salvasse velocemente da un'erronea accensione della tv su rete quattro. Potete capire il panico.

 

Detti i motivi, passiamo alla musica.

 

I White Lies sono un gruppo  rock alternativo Londinese che ha colpito molti, ma soprattutto il qui presente. Perché? Beh, per la nostalgia e per i ricordi di quella musica e quei gruppi che tanto seguivo anni fa. Certo i WL non suonano assolutamente musica “vecchia” e non sono neppure intenti a riportare in vita qualcosa che non c'è più.

 

Ma al mio orecchio è come se si posizionassero su di un binario, il mio, che svanisce dentro un tunnel senza luce. Meraviglioso, tra l'altro, pensare che tutto possa finire lì, nel silenzio, ma questo è un altro discorso.

 

Il pezzo che mi ha permesso di conoscerli un po' si intitola  “To lose my life” che è naturalmente uno dei singoli, ma rendono bene l'idea dello stile e del corso musicale intrapreso “Death  e “Farewell to the fairground.

 

Penso inoltre che siano un buon gruppo, in cui si sentono sonorità molto “inglesi”, ma che non siano ancora all'eccelsa perfezione, per me, ovviamente.

 

Infatti l'album scorre abbastanza bene, ma forse per il mio cambio d'orecchio in questi anni, li metto nella lista di band, ma più che altro album, buoni da ascoltare una volta ogni tanto, in silenzio, sdraiati da qualche parte, anche in un prato una notte d'estate, liberando i ricordi, ripensando al passato, lasciando che sia un po' di dolcezza a coglierci, allontanando il presente.

 

Recensione a cura di Ivan Visini

 

 

 

Sounds of the Universe – Depeche Mode – 2009

 

 

 

 

 

 

 

13 Brani – Durata 1 ora:

 

1 – In Chains

2 – Hole to Feed

3 – Wrong

4 – Fragile Tension

5 – Little Soul

6 – In Simpathy

7 – Peace

8 – Come Back

9 – Spacewalker

10 – Perfect

11 – Miles Away/The Truth Is

12 – Jezebel

13 – Corrupt

 

www.depechemode.com – Mute Records Ltd.

 

 

Da mesi provo un certo fastidio verso il mio gruppo preferito, dato principalmente dal prezzo del biglietto necessario per vederli e sentirli. Ebbene, forse questo preconcetto me lo sono portato addosso o in tasca, per tutto questo tempo. Sì, sono deluso perché mi sembra troppo e non mi importa se altri gruppi hanno prezzi simili o superiori, visto che a me interessano principalmente loro. Così, senza farla tanto lunga ho deciso di non regalare un euro alla causa, visto che non moriranno di fame sicuramente e non mi interessa San Siro. Magari un luogo meno costoso, più intimo, sarebbe stato l'ideale, come sempre. Ma è puramente la mia opinione, c'è chi amerà vederli allo stadio nella magnificenza dell'evento, a loro auguro un buon concerto di cuore.

 

In genere quando acquisto un cd o quando mi viene regalato, la prima cosa che faccio è ispezionarlo, quindi inizio scartandolo lentamente quasi la materia plastica possa trasmettermi qualche barlume di impressione o sensazione. Apro, estraggo il booklet e lo annuso perché esprime l'invisibile senso del “nuovo”... ne guardo i colori, in questo caso è in bianco e nero, come quasi tutti i booklet dei Depeche Mode, ma è a colori per me che li conosco abbastanza bene e li seguo da tanti anni. Vi trovo subito il primo testo e la prima fotografia... leggo, ammiro, fast forward, rewind, mi fermo, sorrido, chiudo.

 

Quasi autistico.

 

Inserisco il cd e mi metto tranquillo ad ascoltare. In genere la musica dei Depeche Mode mi prende subito, dalla prima nota. Non è stato così per questo album. L'ho ascoltato tutto subito e forse non ero pronto o  mi aspettavo qualcosa di diverso, dopotutto avevo accuratamente evitato rumors vari, forum ed amici per vedermela solo con la mia opinione. L'ho metabolizzato per 24 ore e l'ho riascoltato, alzando il volume... alzando, ancora un po', finché la scrivania dov'ero appoggiato non ha iniziato a solleticarmi con le vibrazioni dei bassi e dell'elettronica.

 

Ho sfiorato l'estasi per un attimo.

 

In quel momento mi è parso tutto così chiaro e così... cupo, dolce, amaro... vagamente ripetitivo... vagamente la fotografia sbiadita dei Depeche Mode.

 

Nonostante io provi veramente affetto per il gruppo, questo lavoro non mi soddisfa pienamente. Il concetto immagino sia quello di ripercorrere un po' il vintage, musicalmente almeno, con suoni e strumentazione di una buona quindicina d'anni fa. Le trame sonore sono spesso segnate dall'alternarsi di suoni cupi, nervosi, ambiziosamente darkeggianti ma un po' troppo “puliti” per esserlo, ad attimi di luce, di spazio, di un suono che tranquillizzi la tensione, tutto ciò accompagnato dallo stile accattivante di Dave Gahan e da quello romantico di Martin Gore (in Jezebel).

Il suono è qualcosa che già è stato provato e suonato, non tanto le melodie, anche se qualcosa è vagamente familiare, quanto ritmi e sensazioni.

Nel complesso l'album è gradevole ma non trascinante, certe tracce non mi hanno dato emozioni particolari, tranne “Wrong” che, complice il video probabilmente, mi fa viaggiare con la mente.

“Peace” mi ricorda vagamente le sensazioni di “Walking in my shoes”, sottraendole buona parte di carica emotiva, raffreddandola un po', utilizzando un po' la ripetizione dei versi, un parvente mantra diciamo.

 

Nel complesso la struttura dell'album e delle tracce è “semplice”, un po' ripetitiva nelle ritmiche, e nelle tematiche. Anche i testi non sembrano niente di eccezionale, la lingua inglese è certamente a loro favore all'orecchio e noto una ricercatezza del suono di certe parole, di alcune rime, ma avrei desiderato più poesia, più lirica. Invece molte cose sono già state scritte troppe volte in tutte le salse.

 

Insomma, hanno fatto di meglio senza dubbio, ma in fondo nel bene e nel male restano i miei preferiti.

 

 

Recensione a cura di Ivan Visini