TEATRO - I GRANDI CLASSICI

 

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Un fortunato binomio: Napoli e la Commedia Dell' Arte

 

 

La nascita della Commedia dell’Arte in Italia avvenne verso la metà del 1500. E’ datato 25 febbraio 1545 il primo contratto di cui sia rimasta traccia stipulato al cospetto di un notaio di Padova, Vincenzo Fortuna, da una compagnia di otto comici guidata dal padovano Messer Maphio Zanini.

 

Proprio in quel periodo si formarono anche nel capoluogo napoletano compagnie comiche di mestiere. Basta citare l’atto notarile reso noto da Benedetto Croce ne “I Teatri di Napoli” un vero e proprio statuto, che decreta la nascita di compagnie professionali nell’area campana.

 

I comici dell’arte non solo esercitarono il loro mestiere a Napoli, ma qui investirono molta vivacità e creatività. Tante le maschere nate in quell’epoca, la più celebre fu il Coviello. Fra gli interpreti che portarono questo personaggio alla notorietà, si ricordano Ambrogio Buonomo, Gennaro Sacco, Salvator Rosa e Giacomo Rauzzini.

 

Alcuni personaggi di origine napoletana “espatriarono” anche all’estero, come la maschera di Scaramuzza, derivata dal Capitano: fanfarone e vanaglorioso, vestiva di nero secondo l'uniforme degli spagnoli di stanza a Napoli.

 

Scaramuzza (poi denominata in seguito Scaramuccia) divenne celebre per merito dell'attore Tiberio Fiorilli (1608-1694) che, verso il 1640 la rappresentò in Francia, dove incontrò grande fortuna con il nome di Scaramouche.

 

Nella biografia di Tiberio Fiorilli, scritta nel 1695 da un altro comico, Angelo Costantini (1654-1729), in arte Mezzettino, si legge:

 

“L’attore ricevette anche le lodi di Racine, il quale

 

Lo ricordava colpito da profonda balbuzie davanti a Trivellino che non riesce a fargli aprire bocca. In una scena famosa, per tutto intero un quarto d’ora Scaramuccia, senza dire una sola parola, raggiungeva un grado di comicità assoluta e il pubblico si dimenava dal gran ridere”.

 

Questa maschera, che fu presa a modello dal giovane Molière, restò legata all'interpretazione di Fiorilli tanto che, malgrado vari attori abbiano tentato di riportala in vita, può dirsi scomparsa con lui.

 

Ma è nell’ambiente dei teatri popolari che nacque la maschera napoletana per eccellenza: Pulcinella. Fu inventata ufficialmente dall'attore partenopeo Silvio Fiorillo (già famoso con il personaggio di Capitan Matamoros), nella seconda metà del Cinquecento, e ben presto divenne il fulcro della comicità teatrale napoletana. Successivamente Andrea Calcese, allievo di Silvio Fiorillo, indossò la maschera per la prima volta nel 1618. Il suo stile recitativo era impostato sull'improvvisazione, il che consisteva nell'inventare continuamente lazzi e battute senza alcun schema.

 

Anche fuori Napoli la fortuna di Pulcinella fu notevole: tra la metà e la fine del Seicento comparvero, prima a Norimberga e poi a Francoforte e Berlino, alcuni Polizenelle italiani; e ancor prima ve ne erano stati in Francia, Polichinelle, e più tardi in Spagna, Pulcinelo, e addirittura in Inghilterra, Punch.

 

Altra prova del grande valore artistico che la Commedia dell’Arte ebbe a Napoli, è data dagli attori partenopei che presero parte alle compagnie del tempo, e che si esibirono in tutta Europa. “La commedia degli zanni” o “Commedia all’italiana” ottenne all’estero una fortuna senza precedenti.

 

Il musico e attore napoletano Massimo Troiano ne è uno dei più grandi rappresentanti. Emigrato in Baviera, fece fortuna grazie a uno spettacolo andato in scena nel 1568 nel castello di Trausnitz a Landshut, in occasione delle nozze del duca Guglielmo.

 

Troiano fu un grande attore poliedrico, osannato dal popolo tedesco per la sua comunicazione basata su codici gestuali, buffoneria visuale fatta di gag, zuffe, musica…

 

In ambito europeo, oltre a Troiano va senz’altro menzionato Fabrizio de Fornaris, detto Capitan Coccodrillo. Egli fu uno dei primi capitani della Commedia dell'Arte, forse persino il primo, se si accetta di identificarlo con lo "Spagnolo da le comedia". Appartenne alla celebre compagnia dei Confidenti, seconda per fama solo a quella dei Gelosi, e il suo talento fu apprezzato in tutta Europa. Anche a Parigi sono emerse tracce di un altro attore napoletano, un fantasista detto Cola, che surrogò nel 1608 il celebre arlecchino di Tristano Martinelli.

 

La fortuna della Commedia dell’Arte si deve anche al popolo napoletano, cui temi e situazioni hanno ispirano Molière, Goldoni e in parte anche Shakespeare.

 

 

 

Giovanna Amoroso

 

 

 

La dodicesima notte

 

"La dodicesima notte" è una commedia in cinque atti scritta da William Shakespeare tra il 1599 e il 1601. Prende il nome della festa della dodicesima notte, o Epifania.

 

La trama si rivela una romantica tragicommedia degli equivoci fatta di duelli, amori incrociati, travestimenti, sotterfugi, e lettere appassionate. Un’incantevole e poetica opera teatrale.

 

La commedia descrive la storia di Viola, naufraga sulla costa di un’immaginaria Illiria, e di suo fratello Sebastiano che lei crede morto. Viola si traveste da uomo e, col nome di Cesario, entra al servizio del Duca Orsino. Orsino nel frattempo si innamora della contessa Olivia il cui fratello è morto di recente. Il Duca chiede a Viola-Cesario di corteggiarla per conto suo. Olivia, naturalmente, credendo che quest'ultimo sia un ragazzo, si innamora di lui. Viola a sua volta si innamora del duca Orsino. L’arrivo di Sebastiano, il fratello di Viola creduto morto nel naufragio, complica ulteriormente le cose…

 

Accanto a questa trama “maggiore”, ve ne è una seconda più farsesca e allo stesso tempo malinconica in cui Sir Toby Belch, Sir Andrew, Maria e Feste cospirano per far credere a Malvolio che Olivia si sia innamorata di lui, e con un tranello gli giocano una burla il cui risultato è farlo comportare come un demente.

 

Tutto alla fine si risolverà, anche se…

 

Nella storia, gli elementi comici e parodistici mettono in risalto quelli sentimentali, in modo che la stessa materia amorosa appaia esaltata e sottilmente derisa allo stesso tempo, creando una trama briosa e piacevole.

Un grande classico del teatro che si rinnova costantemente, attingendo ad ogni rappresentazione, nuova linfa vitale.

 

 

Giovanna Amoroso

 

 

La cantatrice calva

 

 

« Scrivendo questa commedia (poiché tutto ciò si era trasformato in una specie di commedia o anticommedia, cioè veramente la parodia di una commedia, una commedia nella commedia) ero sopraffatto da un vero malessere, da un senso di vertigine, di nausea. Ogni tanto ero costretto ad interrompermi e a domandarmi con insistenza quale spirito maligno mi costringesse a continuare a scrivere, andavo a distendermi sul canapè con il terrore di vederlo sprofondare nel nulla; ed io con lui. »
(Eugène Ionesco)

“La cantatrice calva” di Eugène Ionesco rappresenta un teatro nuovo, sconcertante, inusuale.
La pièce, definita dall’autore “l’anticommedia”, è il primo esempio di un genere teatrale allora innovativo, il teatro dell’assurdo, in cui la vicenda subisce uno straniamento tramite l’utilizzo esasperato di frasi fatte, dialoghi contrastanti, luoghi comuni.
Protagonisti sono due anonime coppie inglesi: gli Smith e i Martin.
La trama fu ispirata all’autore dalla necessità di imparare l’inglese, utilizzando un manuale di conversazione per principianti. Fin dalle prime battute del testo emergono le caratteristiche esemplari dei dialoghi didattici da manuale: i temi, le regole grammaticali, le espressioni idiomatiche, gli stereotipi...
Il testo teatrale marca e accentua questi aspetti, creando un effetto insieme comico e straniante. Il dialogo tra i coniugi Smith e i coniugi Martin è del tutto superficiale, le battute si accumulano una dietro l’altra per associazioni completamente esterne o casuali.
I personaggi, in conclusione, non hanno nulla da dire.
Alla fine, dal non-senso dei dialoghi, emergono l’inconsistenza del linguaggio e il nulla, quindi, l’illogicità della condizione umana.
 
Curiosità:
Ininterrottamente dal 1957,  “La cantatrice calva” di Ionesco viene rappresentata nel piccolo teatro “La Huchette”, sito nel quartiere latino di Parigi.
 
Giovanna Amoroso